Intervista a Simona Baseggio: Founder e CEO di LEXUP

Intervista a Simona Baseggio

Nel settore dei servizi digitali, le imprese femminili rappresentano il 18,4% del totale (Unioncamere, 2020). La startup LEXUP è una di queste e abbiamo intervistato la sua fondatrice e CEO Simona Baseggio.

La startup (clicca qui per scoprire cos’è una startup) di Simona opera in ambito legal tech e il suo obiettivo è, tramite app, di facilitare la user experience degli attori del mondo legale e rendere agevole il reperimento delle note e degli appunti, tra le diverse versioni della normativa nel tempo. Oltre ad essere imprenditrice è anche mamma di tre bambini.

Partiamo ora con l’intervista!

 

Ciao Simona, quale è il tuo background accademico?

Ho studiato fisica a La Sapienza (ho festeggiato quest’anno per il Nobel a Parisi, come se fossi ancora tra quei banchi!), ma poi il lavoro mi ha portato verso il mondo dell’economia. Così a 28 anni ho iniziato da capo Economia e in quel contesto è nato anche il mio amore per il diritto. Mi sono quindi laureata in “Consulenza Giuridica di Impresa”, un percorso a cavallo tra l’economia di azienda e il diritto di impresa.

Mi interessava molto l’ambito delle crisi di azienda sia da un punto di vista aziendale che bancario che giuridico, e la mia tesi fu proprio sulla concessione abusiva di credito (erano gli anni subito dopo il crack della Parmalat ed altri dissesti).

Ho poi preso la laurea specialistica in “Amministrazione e valutazione delle aziende” (per questo inorridisco quando mi parlano dei metodi usati per valutare una startup!) e ho studiato il diritto tributario approfondendo la parte di processo con una tesi sulla prova nel processo tributario, che poi è il mio principale lavoro da commercialista.

Subito dopo la laurea ho anche conseguito un Master di secondo livello in “Gestione della qualità nella Pubblica Amministrazione” con una tesi in “gestione dello studio professionale” perché avevo capito quanto l’execution fosse importante e così sono entrata in contatto con il mondo della lean production (n.d.r. clicca qui per approfondire il concetto del lean thinking) e delle gestioni agili che oggi mi è molto utile nei nuovi approcci con la gestione dello sviluppo software.

Ho preso l’abilitazione da dottore commercialista e da revisore dei conti, e proprio durante l’esame di abilitazione ho capito che LEXUP, prima o poi, avrebbe dovuto prender vita.

 

Come è nata la tua vena imprenditoriale?

Io sono una commercialista, un difensore tributario. Ormai da tempo ho il mio studio. Per l’esigenza che avevo quando lavoravo, che arriva dai tempi dell’università, di studiare la legge che cambia nel tempo, mi sono venute delle idee su quale sarebbe stato il mio strumento ideale. Serviva qualcosa che mettesse insieme la semplicità di leggere e studiare su carta e l’esigenza di avere testi aggiornati in tempo reale con la praticità di ricerca e confronto che solo uno strumento digitale può dare.

Inizialmente, ho provato a raccontare la mia idea alle grandi aziende che vendono banche dati ai professionisti, ma mi hanno risposto che non investono in ricerca e sviluppo, aspettano che gli altri facciano le cose e poi acquisiscono. Non volevano rischiare prima della validazione. Mi sembra una scelta saggia dal punto di vista economico in una visione di breve periodo, ma veramente poco lungimirante. Ho capito che se non l’avessi concretizzata io, nessuno l’avrebbe fatto al posto mio.

Sono partita nel 2016, non avevo mai fatto startup. Ho costituito la società. Ho creato un’app per studiare la legge e prendere appunti con innovazioni tecnologiche. Ci abbiamo messo sei mesi solo a scrivere il progetto, con una logica di sviluppo waterfall, che all’epoca non sapevo essere un metodo fallimentare in ambito innovazione. Abbiamo subito puntato al prodotto perfetto.

A metà 2018, dopo aver capito che il sistema non funzionava, ho iniziato a formarmi nelle materie tipiche del mondo startup, ho letto una quantità enorme di libri, ho seguito i divulgatori che mi sembravano più concreti e competenti. Ho dovuto ripensare il mio ruolo da commercialista per cedere più tempo al lavoro in LEXUP, e assumere sempre più il ruolo di imprenditrice, prima avevo solamente supervisionato.

Dal 2016 al 2018, facevo la commercialista, la startupper ed ero professoressa al liceo, oltre ad avere tre figli. Un po’ troppo, anche io ho dei limiti. Con grande dispiacere, mio e dei ragazzi, ho lasciato l’insegnamento. C’ero poco a casa, avevo babysitter, aiuti da parte dei nonni e rischiavo di veder crescere i miei figli senza una presenza continua. Nel 2019,ho iniziato anche a rallentare sullo studio, non andavo tutti i giorni e questo mi ha costretto a delegare e saper selezionare clienti e priorità. È utile essere costretti a scegliere. Il principio di Pareto dice che il 20% delle attività producono l’80% dei risultati: è vero.

 

Ci parleresti un po’ di più di LEXUP?

Serve per studiare legge, sia per gli studenti che per i professionisti. È un prodotto digitale, ma è pensato per chi ama la carta e lo studio fatto di sottolineature e appunti a margine del foglio. Io adoro la carta, non compro quasi mai ebook.

Il problema nel mondo delle leggi è che la carta diventa subito obsoleta, non sai mai se quella legge è ancora valida o se è stata aggiornata. E se ci sono aggiornamenti sei sempre in dubbio sul studiare tutto da capo o cercare di capire cosa si salva di quello che già sapevi, LEXUP risolve questo. Non ti fa buttare quello che avevi già studiato e contemporaneamente ti dice ciò che è stato modificato.

Pensato per chi vuole leggere le novità direttamente sulla legge, salvando il lavoro di studio già fatto in passato. Esalta l’efficienza della memoria fotografica e degli appunti presi a mano con una penna. L’obiettivo è prendere appunti e non perderli nel tempo anche se la legge cambia e bisogna acquistare nuovi codici, sfruttando un’esperienza il più vicina possibile a quella che si ha quando ci si approccia ai libri di carta. I professionisti del settore sono attaccati alla carta, cercare informazioni in un codice, però, è molto difficile. Potresti risolvere questo problema con una banca dati, ma non puoi cercare per titolo o argomento, riducendo l’immediatezza del reperimento delle informazioni.

Noi abbiamo brevettato un nuovo modo di sfogliare le pagine per riprodurre il gesto che si fa quando si sfoglia un libro di carta, un nuovo modo di passare da un periodo di vigenza all’altro, un nuovo modo di prendere appunti che supera anche le possibilità che abbiamo sulla carta.

Gli appunti che prendiamo, noi giuristi, hanno un problema di fondo, ogni volta che si compra un nuovo codice si perdono gli appunti scritti in quel codice, resta tutto nel codice precedente. Sarebbe stato bello, ho pensato, avere un libro con una dimensione temporale, che cambi solamente nelle parti in cui la legge cambia. Con un drag and drop crei spazio tra un paragrafo e l’altro per prendere appunti.

Abbiamo avuto qualche difficoltà nel comunicare la nostra proposta di valore. Per i giuristi, difatti, è difficile pensare che esista un modo innovativo per prendere appunti. Ora stiamo pensando ad una piattaforma Web che sia integrata con iPad, siamo sempre in costante tensione verso una nuova innovazione.

 

Che valore aggiunto ti ha dato la maternità per il tuo essere imprenditrice?

Ho tre figli, hanno 7, 10 e 13 anni. Ho iniziato ad essere una professionista prima di avere i figli, la startup invece l’ho creata dopo la nascita dell’ultima figlia. Quando sono andata a parlare con la società a cui non interessava la mia idea, ero incinta della terza.

Fino a poco tempo fa, non mi ero mai resa conto che l’essere mamma e imprenditrice potesse essere qualcosa di straordinario, di non usuale. Di solito funzionava che quando c’era qualcosa che desideravo fare, mi davo da fare per metterla in atto. Non ho mai dato peso al contorno delle cose, o a quanto il mio modo di pensare ed agire si discostasse dalla realtà che mi circondava.

Però, mano a mano che procedevo con il mio percorso, sono capitate delle occasioni nelle quali qualcosa mi suonava strano, non capivo perchè io facessi tanta fatica e, vedevo altri, meno geniali di me, che avevano un mercato, un peso più rilevante, per loro era più facile. Mi sono detta: “Sarà il luogo? Magari Milano è più facile di Roma.” Ad un certo punto ci sono stati degli eventi che mi hanno dato un campanello d’allarme.

Vi racconto un aneddoto. Circa 20 anni fa, lessi un libro “La particella di Dio: se l’universo è la domanda, qual è la risposta?”, scritto da Leon Lederman, premio Nobel per la fisica nel 1988. Il libro tratta del bosone di Higgs, Lederman scrive (riassumo):

Cercavamo questa particella, le persone ci chiedevano perché cercassimo una particella che non abbiamo mai trovato e come facessimo a sapere che prima o poi la avremmo individuata, che esistesse veramente, se non l’avevamo mai vista prima. La risposta è in questo esempio: pensate ad una partita di calcio, arrivano dei marziani a vedere la partita e non vedono il pallone, perchè non sono in grado di vedere gli oggetti in bianco e nero. Non capiscono la partita, vedono che il pubblico esulta, che i calciatori si muovono, ma non capiscono il perchè. Iniziano a ipotizzare che ci sia un pallone invisibile, ed allora tutto prende senso, i giocatori che rincorrono il pallone, la rete che si gonfia per il goal, il pubblico che esulta. Capiscono che è la risposta. Noi cerchiamo questa particella, perché abbiamo osservato come si comportano tutte le cose visibili, se esistesse la particella tutto avrebbe senso.

Per me, la scoperta delle difficoltà dell’essere donna nel mondo dell’imprenditorialità e professionale sono state un’epifania di questo tipo. C’erano delle cose che accadevano e di cui non riuscivo a darmi una spiegazione e dunque ho ipotizzato: “Ma se, per caso, le persone con le quali mi sto rapportando fossero più propense ad avere a che fare con uomo piuttosto che con una donna? Se dessero effettivamente più credito ad un uomo che ad una donna, avrebbe senso quello che non riesco a spiegarmi? Si. Allora vuoi vedere che esiste davvero questa discriminazione?” Io non sono mai stata per le quote rosa, e l’ho sempre ritenuta quasi un’offesa, ma alcuni fenomeni sono spiegabili solo in questo modo.

Per me è stato fondamentale affrontare e vivere il mio essere imprenditrice mamma e donna come un qualcosa di coppia, scelte da condividere. Non riesco ad immaginare quanto possa essere difficile per una donna e mamma fare la professionista o l’imprenditrice senza avere una persona accanto a casa con cui condividere tutto, la parte pratica e la parte emotiva. Accadono tantissime cose in una startup che ti portano a dire, ma ne vale la pena?

È vero che nel team, specialmente all’inizio quando si è in pochi, è un problema sostituire qualcuno che dovesse mollare, ma se mi chiedessero se esiste una persona senza la quale non sarei riuscita a creare LEXUP, in realtà, nessuno del team. Ero, e sono, troppo determinata da far dipendere il successo di questo progetto da altri, ma devo ammettere che senza mio marito sarebbe stato impossibile. Sapere che lui ci sarebbe stato sempre, per ogni imprevisto, per ogni esigenza, per ogni momento difficile, è stato fondamentale.

Gli investitori e i soci investono nella startup perché credono in me, ma non abbiamo ancora ricavi rilevanti per sostenere quanto dobbiamo fare. Abbiamo raccolto circa 500.000 euro tra equity e bandi a fondo perduto vinti. Anche qui vorrei sfatare il mito che gira sul fatto che i bandi li vincono solo i raccomandati: noi non conosciamo nessuno, abbiamo studiato come si compilano e come si rendicontano, abbiamo partecipato e ne abbiamo vinti alcuni, per un aiuto di circa 180.000 mila euro a fondo perduto. Dobbiamo riconoscere che anche lo Stato in questo ci ha dato una bella mano.

 

Per te, è più difficile gestire una startup o tre figli?

Più difficile gestire la startup, è un mondo che non conosco e ho la sensazione di avere degli svantaggi competitivi. I figli li conosci ancora meno, ma pensare che ci sono passati tutti aiuta, mi fa sempre pensare che ce la faremo, mal comune mezzo gaudio!

Sono comunque la priorità, quando ci sono priorità figli o startup, vincono i figli. La startup è una palestra per i figli, impari tante cose a livello di comunicazione, poi magari te le giochi con loro.

 

Conclusione

Questa era la nostra ultima domanda per Simona. Approfondire la sua storia come lavoratrice, imprenditrice, e mamma, è stato per noi un immenso piacere. Ci auguriamo che possa aiutare tante altre donne ad appassionarsi al mondo dell’imprenditorialità affinchè sia sempre più inclusivo.

Se sei interessata/o ad approfondire come noi di Startup Geeks possiamo aiutarti a lanciare la tua idea imprenditoriale, puoi cliccare il bottone qui sotto.

A presto!

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